Corsi 2010 Alpinismo Giovanile  da 8 a 17 anni: i lavori dei ragazzi
 

Gita alle Marmitte dei Giganti

Domenica 25 aprile sono andata con il mio gruppo del Cai, il corso di alpinismo giovanile, a visitare le Marmitte dei Giganti. Ci siamo spostati con il pullman sia all'andata che al ritorno; appena smontati dal pullman, gli accompagnatori ci hanno spiegato quello che saremmo andati a vedere e poi ci siamo avviati. Sul sentiero c'erano molti scalini ed erano anche molto alti! Ci fermavamo ad ogni cartello per farci spiegare, per leggere e per capire quello che stavamo vedendo. Abbiamo visto tantissime marmitte, che non sono delle pentole, ma dei grossi buchi scavati nella roccia dall'acqua! All'ora di pranzo, ci siamo seduti sotto a alcuni alberi ombrosi. Dopo pranzo, Bruno, che è uno dei nostri accompagnatori, ci ha chiamato per fare dei giochi tutti insieme. Terminati i giochi, abbiamo ripreso il cammino e siamo andati a vedere le cascate dell'Acqua Fraggia. Arrivati nei pressi delle cascate ci siamo messi vicino a dei cespugli e abbiamo posato a terra gli zaini. Poi siamo andati davanti ad una bellissima cascata, che mandava schizzi d'acqua fredda da tutte le parti: ci siamo bagnati tutti! Poi Bruno, mentre aspettavamo il gruppo dei grandi, è andato a prendere i ghiaccioli per tutti. Quando arrivarono anche i grandi Bruno ci distribuì i ghiaccioli e ci mettemmo tutti insieme a mangiarli. Finito il ghiacciolo alcuni di noi si sono tolti gli scarponi e sono nell'acqua gelata del torrente! È stata una bellissima esperienza! Poi, dopo avere asciugato i piedi, abbiamo rimesso gli scarponi e ci siamo reincamminati per prendere il pullman e rientrare a Milano. Durante il viaggio, l'autista ci ha fatto vedere due cartoni animati, così il viaggio è sembrato più breve. Questa gita mi è piaciuta molto! 

Anna P. (9 anni)  

Gita in Val Formazza, 3\4 luglio

Il 3 luglio 2010 alle 8.45, io e il gruppo di Alpinismo Giovanile tra cui Mario, il capo, Chicco e Vanda, e i ragazzi Tobia e Lorenzo, i più grandi, George, Laura, Giacomo e Benedetta, siamo partiti in macchina alla volta della Val Formazza.
Dopo due ore e mezza di viaggio siamo arrivati al cospetto delle spettacolo delle cascate del Toce (le più alte d'Italia ).Verso le 12.00 abbiamo mangiato poi siamo partiti lungo il sentiero per il rifugio dove abbiamo dormito: il Rifugio Città di Busto. Lungo il percorso però Benedetta si è sentita male e Chicco ha dovuto accompagnarla fino a Milano. 

Verso le 15.00 siamo arrivati al rifugio e alle 20.00 abbiamo cominciato a mangiare e alle 21.00 finalmente è tornato Chicco che ha fatto da tassista a Benedetta!
Dopo mangiato siamo andati a dormire (purtroppo qualcuno aveva dei problemi di flatulenza…) e alle 6.00 ci siamo svegliati e, dopo la colazione, siamo partiti per la vetta Punta del Sabbione (3.182).
Durante il percorso però Giacomo, il fratello di Lorenzo non è riuscito a proseguire ed è ritornato giù al rifugio con Chicco (ancora!?!).

Così rimanevano Mario, Vanda, George, Tobia, Lorenzo, Laura e il sottoscritto ad affrontare la vetta.
Alle 11.20 siamo arrivati sotto il ghiacciaio e abbiamo cominciato a salire, ma George, in cordata con la Vanda, si è ifortunato al ginocchio e si è fermato a metà. (ancoraa!?!?)
Circa alle 13.00 siamo arrivati in vetta con metà gruppo (vabbè!!!): Mario, Lorenzo, Tobia, Laura e Luigi.
Dopo aver mangiato in Vetta siamo subito scesi e abbiamo recuperato Vanda e George, poi siamo arrivati al rifugio Città di Busto dove abbiamo recuperato Chicco e Giacomo.

Verso le 17.00 abbiamo cominciato a scendere e siamo tornati alle macchine, finalmente, ma le sorprese non erano finite… Abbiamo trovato la macchina di Chicco con una gomma a terra!!!
Comunque alla fine, verso le 19.00, siamo arrivati a Milano stanchi, morti uccisi, sfracellati e... basta.
E stata una bellissima esperienza!!

Luigi Peverelli (12 anni)

Luglio 2010 - Trekking Alta via n. 1 delle Dolomiti

19 luglio 2010 ore 6:30 del mattino: suona finalmente la sveglia che sancisce l'inizio di un trek che si dimostrerà uno dei più suggestivi ed emozionanti! Alle 7:30 davanti al Lido si trovano tutti i 25 partecipanti, di cui venti ragazzi, quattro accompagnatori e un aiuto-accompagnatore. Finalmente alle 8:00 il pullmino parte con destinazione Dobbiaco. Il viaggio dura circa 5 ore e tra film, musica, chiacchierate arriviamo a destinazione e per lo più davanti all'albergo in cui pernotteremo, Casa per Ferie Europa.
Il pomeriggio è dedicato alla visita del lago di Dobbiaco e successivamente del Centro del Parco nel quale si svolgerà parte del nostro trekking: il Parco di Fanes-Senes-Braies. Con l'aiuto di una valente guida abbiamo conosciuto bene le meraviglie naturalistiche e culturali che avremmo visto durante il nostro itinerario.

La serata è trascorsa in tranquillità e terminata con una partita a rugby improvvisata all'ultimo momento; l'unico problema è stato mettere a letto i ragazzi, in quanto molto eccitati all'idea di stare insieme per cinque giorni a camminare tra vette e altipiani.
Il giorno dopo tutti in piedi alle 7:00; lauta colazione e breve camminata verso la fermata dell'autobus che ci avrebbe portato al Lago di Braies. 
Le prime disavventure incominciano subito, in quanto qualcuno si era dimenticato di riconsegnare le chiavi della stanza: per fortuna si è risolto tutto per il meglio e così si è arrivati a tutta velocità (letteralmente) al lago, dal quale avrebbe avuto inizio il nostro viaggio. I ragazzi erano stati divisi in quattro gruppi con a capo i più grandi per fargli imparare cosa vuol dire gestire e condurre un gruppo.

Nel primo giorno era prevista solo salita per un dislivello di circa 900 metri, poiché bisognava raggiungere il Rifugio Biella, posto a 2.327 metri di altezza. Il tempo si è dimostrato clemente, infatti il sole non ci ha lasciato respirare se non in qualche raro momento. Dopo aver sostato per il pranzo su un piccolo prato e affrontato l'ultima salita su un sentiero tutto sassi, finalmente si è arrivato al passo dal quale si vedeva il rifugio poco più sotto.
La breve discesa era stata affrontata da tutti con gioia, perché sanciva la fine di quattro ore di camminata. Ma non era veramente finita per tutti: infatti i più volenterosi avevano un ulteriore compito: raggiungere la vetta della Croda del Becco, posta a 2.810 metri, la montagna che sovrastava il rifugio.
E così i pochi rimasti hanno tentato la salita arrivando fino alla croce e lasciando il proprio segno sul libro di vetta. 

Durante la discesa ai grandi è balenata l'idea di scalare un piccolo cocuzzolo che si erge davanti al rifugio. Vista però l'ora tarda, questa avventura fuori programma è stata rimandata alla mattina seguente.
La cena di questo rifugio è stata forse la più abbondante in quanto si aveva la scelta sia del primo che del secondo piatto, con l'aggiunta di un super dolce! Il coprifuoco era fissato alle 22:00 e ci è voluto un gran lavoro a mandare a letto tutti i "piccini".

Per il giorno successivo erano previste due sveglie: una alle 5:45, l'alte alla 7:00.
A svegliarsi con la prima sono solo in cinque e poco dopo eccoli partire per la scalata del cosiddetto "bernoccolo" davanti al rifugio. Quando rientrano è già l'ora della seconda sveglia. Come la cena della sera prima, anche la colazione è abbondante.
Alla fine, con un po' di ritardo, si parte per la seconda tappa che ci porterà dal Rifugio Biella al Rifugio Lavarella.

Il primo tratto è pianeggiante poiché bisognava attraversare l'altopiano sotto la Croda del Becco; il nostro capo-guida (la figlia del gran capo della spedizione) non si è dimostrata molto sicura su come condurre un gruppo, ma sul sentiero non ha quasi mai avuto dubbi e con l'aiuto degli altri tre ragazzi grandi ci ha condotti sani e salvi a destinazione.
Finito l'altopiano ci è toccata una lunga discesa con tappa intermedia al Rifugio Senes per arrivare praticamente a valle al Rifugio Pederù, dopo aver percorso una strada costruita dagli Austriaci durante la Grande Guerra.
Come si sa dopo una discesa c'è quasi sempre una salita (ma ci può essere anche un piano) e la salita verso il Rifugio Lavarella era proprio una bella salita!

Avevamo due scelte: o prendere la strada o il sentiero che la tagliava, ma più ripido: ovviamente, per non venir meno ai nostri doveri di alpinisti abbiamo imboccato il sentiero che ci ha portato fino ad un pianoro ed abbiamo pranzato vicino ad un lago.
Abbiamo consumato velocemente i nostri panini giusto in tempo per infilarci i nostri zaini ed indossare le mantelle, perché il cielo dava i primi segnali di pioggia: infatti l'ultimo tratto di salita è stato accompagnato sia dal maltempo che dalle lamentele dei piccoli che speravano che dietro ogni curva spuntasse il rifugio! Finalmente, dopo agguati vari da parte dell'aiuto-accompagnatore il rifugio è spuntato in tutta la sua bellezza, coronato dalle montagne che sembravano costruirgli intorno un grande anfiteatro.

Stanchi ma felici, ci prepariamo a prendere posto nelle varie camere, ma non senza prima fare conoscenza con la capra "burlona"che aveva deciso di lasciarci dei ricordini non molto graditi (specialmente per la puzza).
Al Lavarella non mancava niente: c'era perfino la sauna e una vasca da bagno formata da una tinozza di legno in vecchio stile. Il pomeriggio (senza pioggia) è stato impiegato da tutti imparando a fare un imbrago di sicurezza con la corda, tranne due che erano partiti in esplorazione, trovando un pianoro pieno di marmotte.
Consumata la cena, tutti a letto (anche se a fatica come al solito) alle 22:00 per svegliarsi alle 7:00.

Il penultimo giorno è stato forse il più impegnativo e lungo del trekking, ma sicuramente anche il più soddisfacente: il rifugio da raggiungere era il Lagazuoi, posto sull'omonima montagna ed era il più alto dove avremmo dormito (2.752).
L'inizi dell'itinerario sembrava promettente, visto che era quasi tutto in piano e in una piccola valletta c'era pure una splendida mandria di cavalli. Il difficile però arrivava adesso perché cominciava la salita che ci avrebbe portato fino alle forcella del Lago, al cospetto del Lagazuoi.
La stanchezza si faceva sentire sulle piccole gambe dei nostri avventurieri ed il gruppo si sfilacciava sempre più. Infatti, quando il primo di noi era arrivato al passo c'era chi di noi si trovava solo all'inizio della salita. Per fortuna ci siamo ricompattati ed abbiamo pranzato proprio al passo; ora ci attendeva una ripida discesa che non si è dimostrata molto complicata.

Tra filastrocche e barzellette, affrontare la discesa è stata davvero una cavolata e inoltre più sotto ci aspettava un ameno laghetto. Ma la nostra gita non era fatta per soste di piacere, se no non si sarebbe mai arrivati a destinazione!
Ora ci aspettava la salita più lunga del trekking: circa 650 metri di dislivello.
Senza perderci d'animo siamo partiti anche per questa impresa e fra lamentele, stanchezza, resti della Grande guerra e qualche furbata (c'è chi ha deciso di tagliare arrivando 30 minuti prima degli altri) la meta viene raggiunta.

Al rifugio ci aspetta una bella sorpresa, che si tramuta in una della persone più divertenti che ci abbiano mai accompagnato durante le nostre gite: il Romano, istruttore di roccia della Sem, che era lì con alcuni suoi amici.
Questo incontro ha scatenato la felicità di tutti (compreso il sottoscritto) e ci ha portato serenità nell'affrontare due piccoli prolungamenti del percorso che solo in pochi avevamo deciso di affrontare.
Prima piccola gita alla croce, poi una capatina nelle gallerie italiane del Lagazuoi; il tempo non ci ha dato la possibilità di esplorarle tutte, ma ci siamo così preparati alla grande galleria che avremmo visitato il giorno seguente.
Anche al Lagazuoi ottima cena e a nanna presto per essere freschi e riposati al mattino.

E così comincia il nostro ultimo giorno insieme: abbondante colazione (c'erano pure le uova!), saluto caloroso a Romano e compagnia e poi giù per un pezzo della salita che il giorno precedente aveva distrutto le nostre gambe, fino alla base della Tofana di Rozes e sotto il Castelletto, nelle cui profondità è scavata ancora oggi una galleria italiana.
Lasciati gli zaini nascosti tra i resti delle trincee italiane ci siamo incamminati verso l'entrata della galleria con già addosso l'imbragatura e grazie alla vista d'aquila dell'occhialuto aiuto-accompagnatore si è avuta la possibilità di vedere un camoscio che ci guardava con aria curiosa.
Ovviamente non era tutto semplice: per entrare nella galleria bisognava prima percorrere un breve tratto attrezzato e poi una scala, a mio avviso non molto stabile.

La compagnia era stata divisa in piccoli gruppi, nei quali gli accompagnatori e i grandi avevano sotto controllo due o tre piccoli.
La galleria era nera come la pece, non si vedeva al di là del proprio naso, ma noi eravamo provvisti di pile frontali.
Non sono mancati gli scherzi specialmente dell'aiuto-accompagnatore, che si divertiva un mondo a far prendere grossi spaventi ai ragazzini. Alla fine della galleria, che spuntava nella spaccatura tra la Tofana di Rozes e il Castelletto, partiva un sentiero tortuoso che scendeva lungo un ghiaione, probabilmente creato dall'esplosione della mina italiana.
Un tratto è stato superato calando i ragazzini con la corda, ma non ci sono stati problemi in quanto tutti hanno seguito perfettamente le indicazioni fornite dal capo spedizione.
Poi abbiamo raggiunto il luogo dove avevamo lasciato gli zaini e abbiamo pranzato; anche qui giusto in tempo per tirare fuori le mantelle perché cominciava a piovere.

L'ultima parte del viaggio è stata affrontata sotto una pioggia quasi torrenziale (anche perché una mamma ce l'ha tirata un po' dietro…) e contro un forte vento.
Finalmente alle 16:00 siamo arrivati all'agognata meta al Passo Falzarego.
Da qui abbiamo preso il pullman che alle 22:00 ci ha lasciato davanti al Lido per farsi abbracciare e coccolare dai propri genitori.
Un'esperienza indimenticabile, fantastica, oltre ogni aspettativa: ci dimenticheremo mai di un trekking così?!

Lorenzo Cavagnera (18 anni)