Gita
alle Marmitte dei Giganti
Domenica
25 aprile sono andata con il mio gruppo del Cai, il corso
di alpinismo giovanile, a visitare le Marmitte dei
Giganti. Ci siamo spostati con il pullman sia all'andata
che al ritorno; appena smontati dal pullman, gli
accompagnatori ci hanno spiegato quello che saremmo andati
a vedere e poi ci siamo avviati. Sul sentiero c'erano
molti scalini ed erano anche molto alti! Ci fermavamo ad
ogni cartello per farci spiegare, per leggere e per capire
quello che stavamo vedendo. Abbiamo visto tantissime
marmitte, che non sono delle pentole, ma dei grossi buchi
scavati nella roccia dall'acqua! All'ora di pranzo, ci
siamo seduti sotto a alcuni alberi ombrosi. Dopo pranzo,
Bruno, che è uno dei nostri accompagnatori, ci ha
chiamato per fare dei giochi tutti insieme. Terminati i
giochi, abbiamo ripreso il cammino e siamo andati a vedere
le cascate dell'Acqua Fraggia. Arrivati nei pressi delle
cascate ci siamo messi vicino a dei cespugli e abbiamo
posato a terra gli zaini. Poi siamo andati davanti ad una
bellissima cascata, che mandava schizzi d'acqua fredda da
tutte le parti: ci siamo bagnati tutti! Poi Bruno, mentre
aspettavamo il gruppo dei grandi, è andato a prendere i
ghiaccioli per tutti. Quando arrivarono anche i grandi
Bruno ci distribuì i ghiaccioli e ci mettemmo tutti
insieme a mangiarli. Finito il ghiacciolo alcuni di noi si
sono tolti gli scarponi e sono nell'acqua gelata del
torrente! È stata una bellissima esperienza! Poi, dopo
avere asciugato i piedi, abbiamo rimesso gli scarponi e ci
siamo reincamminati per prendere il pullman e rientrare a
Milano. Durante il viaggio, l'autista ci ha fatto vedere
due cartoni animati, così il viaggio è sembrato più
breve. Questa gita mi è piaciuta molto!
Anna P. (9 anni)
Gita
in Val Formazza, 3\4 luglio
Il 3 luglio 2010 alle
8.45, io e il gruppo di Alpinismo Giovanile tra cui Mario,
il capo, Chicco e Vanda, e i ragazzi Tobia e Lorenzo, i più
grandi, George, Laura, Giacomo e Benedetta, siamo partiti
in macchina alla volta della Val Formazza.
Dopo due ore e mezza di viaggio siamo arrivati al cospetto
delle spettacolo delle cascate del Toce (le più alte
d'Italia ).Verso le 12.00 abbiamo mangiato poi siamo
partiti lungo il sentiero per il rifugio dove abbiamo
dormito: il Rifugio Città di Busto. Lungo il percorso però
Benedetta si è sentita male e Chicco ha dovuto
accompagnarla fino a Milano.
Verso le 15.00 siamo
arrivati al rifugio e alle 20.00 abbiamo cominciato a
mangiare e alle 21.00 finalmente è tornato Chicco che ha
fatto da tassista a Benedetta!
Dopo mangiato siamo andati a dormire (purtroppo qualcuno
aveva dei problemi di flatulenza…) e alle 6.00 ci siamo
svegliati e, dopo la colazione, siamo partiti per la vetta
Punta del Sabbione (3.182).
Durante il percorso però Giacomo, il fratello di Lorenzo
non è riuscito a proseguire ed è ritornato giù al
rifugio con Chicco (ancora!?!).
Così rimanevano
Mario, Vanda, George, Tobia, Lorenzo, Laura e il
sottoscritto ad affrontare la vetta.
Alle 11.20 siamo arrivati sotto il ghiacciaio e abbiamo
cominciato a salire, ma George, in cordata con la Vanda,
si è ifortunato al ginocchio e si è fermato a metà. (ancoraa!?!?)
Circa alle 13.00 siamo arrivati in vetta con metà gruppo
(vabbè!!!): Mario, Lorenzo, Tobia, Laura e Luigi.
Dopo aver mangiato in Vetta siamo subito scesi e abbiamo
recuperato Vanda e George, poi siamo arrivati al rifugio
Città di Busto dove abbiamo recuperato Chicco e Giacomo.
Verso le 17.00
abbiamo cominciato a scendere e siamo tornati alle
macchine, finalmente, ma le sorprese non erano finite…
Abbiamo trovato la macchina di Chicco con una gomma a
terra!!!
Comunque alla fine, verso le 19.00, siamo arrivati a
Milano stanchi, morti uccisi, sfracellati e... basta.
E stata una bellissima esperienza!!
Luigi Peverelli (12
anni)
Luglio
2010 - Trekking Alta via n. 1 delle Dolomiti
19 luglio 2010 ore 6:30 del mattino: suona finalmente la
sveglia che sancisce l'inizio di un trek che si dimostrerà
uno dei più suggestivi ed emozionanti! Alle 7:30 davanti
al Lido si trovano tutti i 25 partecipanti, di cui venti
ragazzi, quattro accompagnatori e un aiuto-accompagnatore.
Finalmente alle 8:00 il pullmino parte con destinazione
Dobbiaco. Il viaggio dura circa 5 ore e tra film, musica,
chiacchierate arriviamo a destinazione e per lo più
davanti all'albergo in cui pernotteremo, Casa per Ferie
Europa.
Il pomeriggio è dedicato alla visita del lago di Dobbiaco
e successivamente del Centro del Parco nel quale si
svolgerà parte del nostro trekking: il Parco di
Fanes-Senes-Braies. Con l'aiuto di una valente guida
abbiamo conosciuto bene le meraviglie naturalistiche e
culturali che avremmo visto durante il nostro itinerario.
La
serata è trascorsa in tranquillità e terminata con una
partita a rugby improvvisata all'ultimo momento; l'unico
problema è stato mettere a letto i ragazzi, in quanto
molto eccitati all'idea di stare insieme per cinque giorni
a camminare tra vette e altipiani.
Il giorno dopo tutti in piedi alle 7:00; lauta colazione e
breve camminata verso la fermata dell'autobus che ci
avrebbe portato al Lago di Braies.
Le prime disavventure incominciano subito, in quanto
qualcuno si era dimenticato di riconsegnare le chiavi
della stanza: per fortuna si è risolto tutto per il
meglio e così si è arrivati a tutta velocità
(letteralmente) al lago, dal quale avrebbe avuto inizio il
nostro viaggio. I ragazzi erano stati divisi in quattro
gruppi con a capo i più grandi per fargli imparare cosa
vuol dire gestire e condurre un gruppo.
Nel
primo giorno era prevista solo salita per un dislivello di
circa 900 metri, poiché bisognava raggiungere il Rifugio
Biella, posto a 2.327 metri di altezza. Il tempo si è
dimostrato clemente, infatti il sole non ci ha lasciato
respirare se non in qualche raro momento. Dopo aver
sostato per il pranzo su un piccolo prato e affrontato
l'ultima salita su un sentiero tutto sassi, finalmente si
è arrivato al passo dal quale si vedeva il rifugio poco
più sotto.
La breve discesa era stata affrontata da tutti con gioia,
perché sanciva la fine di quattro ore di camminata. Ma
non era veramente finita per tutti: infatti i più
volenterosi avevano un ulteriore compito: raggiungere la
vetta della Croda del Becco, posta a 2.810 metri, la
montagna che sovrastava il rifugio.
E così i pochi rimasti hanno tentato la salita arrivando
fino alla croce e lasciando il proprio segno sul libro di
vetta.
Durante
la discesa ai grandi è balenata l'idea di scalare un
piccolo cocuzzolo che si erge davanti al rifugio. Vista
però l'ora tarda, questa avventura fuori programma è
stata rimandata alla mattina seguente.
La cena di questo rifugio è stata forse la più
abbondante in quanto si aveva la scelta sia del primo che
del secondo piatto, con l'aggiunta di un super dolce! Il
coprifuoco era fissato alle 22:00 e ci è voluto un gran
lavoro a mandare a letto tutti i "piccini".
Per
il giorno successivo erano previste due sveglie: una alle
5:45, l'alte alla 7:00.
A svegliarsi con la prima sono solo in cinque e poco dopo
eccoli partire per la scalata del cosiddetto
"bernoccolo" davanti al rifugio. Quando
rientrano è già l'ora della seconda sveglia. Come la
cena della sera prima, anche la colazione è abbondante.
Alla fine, con un po' di ritardo, si parte per la seconda
tappa che ci porterà dal Rifugio Biella al Rifugio
Lavarella.
Il
primo tratto è pianeggiante poiché bisognava
attraversare l'altopiano sotto la Croda del Becco; il
nostro capo-guida (la figlia del gran capo della
spedizione) non si è dimostrata molto sicura su come
condurre un gruppo, ma sul sentiero non ha quasi mai avuto
dubbi e con l'aiuto degli altri tre ragazzi grandi ci ha
condotti sani e salvi a destinazione.
Finito l'altopiano ci è toccata una lunga discesa con
tappa intermedia al Rifugio Senes per arrivare
praticamente a valle al Rifugio Pederù, dopo aver
percorso una strada costruita dagli Austriaci durante la
Grande Guerra.
Come si sa dopo una discesa c'è quasi sempre una salita
(ma ci può essere anche un piano) e la salita verso il
Rifugio Lavarella era proprio una bella salita!
Avevamo
due scelte: o prendere la strada o il sentiero che la
tagliava, ma più ripido: ovviamente, per non venir meno
ai nostri doveri di alpinisti abbiamo imboccato il
sentiero che ci ha portato fino ad un pianoro ed abbiamo
pranzato vicino ad un lago.
Abbiamo consumato velocemente i nostri panini giusto in
tempo per infilarci i nostri zaini ed indossare le
mantelle, perché il cielo dava i primi segnali di
pioggia: infatti l'ultimo tratto di salita è stato
accompagnato sia dal maltempo che dalle lamentele dei
piccoli che speravano che dietro ogni curva spuntasse il
rifugio! Finalmente, dopo agguati vari da parte
dell'aiuto-accompagnatore il rifugio è spuntato in tutta
la sua bellezza, coronato dalle montagne che sembravano
costruirgli intorno un grande anfiteatro.
Stanchi
ma felici, ci prepariamo a prendere posto nelle varie
camere, ma non senza prima fare conoscenza con la capra
"burlona"che aveva deciso di lasciarci dei
ricordini non molto graditi (specialmente per la puzza).
Al Lavarella non mancava niente: c'era perfino la sauna e
una vasca da bagno formata da una tinozza di legno in
vecchio stile. Il pomeriggio (senza pioggia) è stato
impiegato da tutti imparando a fare un imbrago di
sicurezza con la corda, tranne due che erano partiti in
esplorazione, trovando un pianoro pieno di marmotte.
Consumata la cena, tutti a letto (anche se a fatica come
al solito) alle 22:00 per svegliarsi alle 7:00.
Il
penultimo giorno è stato forse il più impegnativo e
lungo del trekking, ma sicuramente anche il più
soddisfacente: il rifugio da raggiungere era il Lagazuoi,
posto sull'omonima montagna ed era il più alto dove
avremmo dormito (2.752).
L'inizi dell'itinerario sembrava promettente, visto che
era quasi tutto in piano e in una piccola valletta c'era
pure una splendida mandria di cavalli. Il difficile però
arrivava adesso perché cominciava la salita che ci
avrebbe portato fino alle forcella del Lago, al cospetto
del Lagazuoi.
La stanchezza si faceva sentire sulle piccole gambe dei
nostri avventurieri ed il gruppo si sfilacciava sempre più.
Infatti, quando il primo di noi era arrivato al passo
c'era chi di noi si trovava solo all'inizio della salita.
Per fortuna ci siamo ricompattati ed abbiamo pranzato
proprio al passo; ora ci attendeva una ripida discesa che
non si è dimostrata molto complicata.
Tra
filastrocche e barzellette, affrontare la discesa è stata
davvero una cavolata e inoltre più sotto ci aspettava un
ameno laghetto. Ma la nostra gita non era fatta per soste
di piacere, se no non si sarebbe mai arrivati a
destinazione!
Ora ci aspettava la salita più lunga del trekking: circa
650 metri di dislivello.
Senza perderci d'animo siamo partiti anche per questa
impresa e fra lamentele, stanchezza, resti della Grande
guerra e qualche furbata (c'è chi ha deciso di tagliare
arrivando 30 minuti prima degli altri) la meta viene
raggiunta.
Al
rifugio ci aspetta una bella sorpresa, che si tramuta in
una della persone più divertenti che ci abbiano mai
accompagnato durante le nostre gite: il Romano, istruttore
di roccia della Sem, che era lì con alcuni suoi amici.
Questo incontro ha scatenato la felicità di tutti
(compreso il sottoscritto) e ci ha portato serenità
nell'affrontare due piccoli prolungamenti del percorso che
solo in pochi avevamo deciso di affrontare.
Prima piccola gita alla croce, poi una capatina nelle
gallerie italiane del Lagazuoi; il tempo non ci ha dato la
possibilità di esplorarle tutte, ma ci siamo così
preparati alla grande galleria che avremmo visitato il
giorno seguente.
Anche al Lagazuoi ottima cena e a nanna presto per essere
freschi e riposati al mattino.
E
così comincia il nostro ultimo giorno insieme: abbondante
colazione (c'erano pure le uova!), saluto caloroso a
Romano e compagnia e poi giù per un pezzo della salita
che il giorno precedente aveva distrutto le nostre gambe,
fino alla base della Tofana di Rozes e sotto il
Castelletto, nelle cui profondità è scavata ancora oggi
una galleria italiana.
Lasciati gli zaini nascosti tra i resti delle trincee
italiane ci siamo incamminati verso l'entrata della
galleria con già addosso l'imbragatura e grazie alla
vista d'aquila dell'occhialuto aiuto-accompagnatore si è
avuta la possibilità di vedere un camoscio che ci
guardava con aria curiosa.
Ovviamente non era tutto semplice: per entrare nella
galleria bisognava prima percorrere un breve tratto
attrezzato e poi una scala, a mio avviso non molto
stabile.
La
compagnia era stata divisa in piccoli gruppi, nei quali
gli accompagnatori e i grandi avevano sotto controllo due
o tre piccoli.
La galleria era nera come la pece, non si vedeva al di là
del proprio naso, ma noi eravamo provvisti di pile
frontali.
Non sono mancati gli scherzi specialmente
dell'aiuto-accompagnatore, che si divertiva un mondo a far
prendere grossi spaventi ai ragazzini. Alla fine della
galleria, che spuntava nella spaccatura tra la Tofana di
Rozes e il Castelletto, partiva un sentiero tortuoso che
scendeva lungo un ghiaione, probabilmente creato
dall'esplosione della mina italiana.
Un tratto è stato superato calando i ragazzini con la
corda, ma non ci sono stati problemi in quanto tutti hanno
seguito perfettamente le indicazioni fornite dal capo
spedizione.
Poi abbiamo raggiunto il luogo dove avevamo lasciato gli
zaini e abbiamo pranzato; anche qui giusto in tempo per
tirare fuori le mantelle perché cominciava a piovere.
L'ultima
parte del viaggio è stata affrontata sotto una pioggia
quasi torrenziale (anche perché una mamma ce l'ha tirata
un po' dietro…) e contro un forte vento.
Finalmente alle 16:00 siamo arrivati all'agognata meta al
Passo Falzarego.
Da qui abbiamo preso il pullman che alle 22:00 ci ha
lasciato davanti al Lido per farsi abbracciare e coccolare
dai propri genitori.
Un'esperienza indimenticabile, fantastica, oltre ogni
aspettativa: ci dimenticheremo mai di un trekking così?!
Lorenzo
Cavagnera (18 anni)